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Puzzle affreschi pompei arte pompeiana

Grandi collezionisti

Gli stessi oggetti di cui i Romani, specie quelli di età repubblicana, si circondavano, erano costituiti da materiali poveri e connotati da una fattura modesta.

Fu soprattutto l’eccezionale concentrazione in Roma delle immense ricchezze derivanti dalla spoliazione dei templi e delle città dei popoli vinti che costrinse e abituò i Romani

a un rapporto continuo con l’arte.

Una gran quantità di metalli preziosi e di denaro confluì a Roma dopo la conquista del meridione d’Italia (Magna Grecia), mentre opere d’arte ellenistiche vennero condotte nella città capitale in seguito alla presa e al saccheggio di Siracusa. La definitiva conquista di tutti i territori ellenici con la conquista della Grecia nel 146 a.C portò Roma a diretto contatto con la terra che aveva visto nascere, crescere e prosperare l’arte classica e poi diffondere l’arte ellenistica

La concentrazione di tesori d’arte in Roma e il contatto sempre più frequente con popoli diversissimi furono alle origini del collezionismo eclettico. Tutto quanto sembrava aver valore, perché di materiale prezioso o perché raro o unico o, ancora, perché eseguito da un noto maestro greco.

Tuttavia, i Romani, legati al culto degli antenati e alle regole trasmesse dalla tradizione, provarono sempre disagio nel sentirsi esperti d’arte. Infatti, solo raramente,  essi mostrarono questa loro sensibilità, velandola sempre di una finta noncuranza e cercando di non darle mai troppo rilievo.

Ad esempio, è  emblematico, il caso di Cicerone(106-43 a.C.), una delle personalità politiche, letterarie e filosofiche più eminenti della fine dell’età repubblicana.

Egli fu anche un grande collezionista, ma in occasione delle sue arringhe contro Verre ( governatore, della Sicilia, dal 73 al 71a.C.) giustificò se stesso e le sue competenze artistiche argomentando che ci fosse una necessità pratica, che lo avevano portato a dover indagare anche sulle questioni artistiche.

Verre, infatti, aveva fatto man bassa di ogni genere d’arte che aveva trovato nella ricca Sicilia. Ogni qualvolta Cicerone, nello svolgimento della causa, si trovava costretto a citare il nome di qualche scultore greco, ben conoscendo la diffidenza dei suoi uditori nei confronti di un tale soggetto, evitava di esporsi alle critiche nascondendosi dietro gli artifici più spudorati della retorica (arte del parlare)

Dovendo, ad esempio, nominare Policleto, mostrò di dover ricorrere al suggerimento del suo aiutante:

Canefore le chiamavano, ma il loro autore chi era? Chi era mai? Ah sì, bravo che me lo suggerisci, era, dicevano Policleto.

L’Arte dell’Impero: l’ arte di tutti

Tale atteggiamento sarà una costante anche durante il periodo imperiale, sebbene già esistesse allora una vera e propria arte romana.

Quest’arte si manifestò soprattutto in quelle forme che rientravano nelle regole della tradizione e cioè nel ritratto, che eternava realisticamente le fattezze degli antenati, nelle grandi opere pubbliche realizzate per l’utilità comune e dello Stato, nei rilievi e nelle architetture onorarie aventi la funzione di celebrare un evento o un personaggio particolare.

Infatti inizia in questo periodo la grande rivoluzione delle tecniche dell’arte: ampi studi ingegneristici ed elaborati piani architettonici. La nascita dell’Arco a tutto sesto e della Volta, lo studio quasi maniacale delle murature e delle tecniche laterizie, le leggi matematiche e le regole idrauliche nei meravigliosi acquedotti.

È anche per il prevalere dell’interesse dello Stato su quello dei singoli cittadini che difficilmente viene ricordato il nome dell’artefice di un manufatto artistico, tanto che, la maggior parte, l’arte romana è anonima. 

Quando, allora, ci si troverà a parlare di grandi personalità artistiche

sconosciute verrà adoperato il termine «Maestro» .

Il filosofo Seneca (ca 4 aC-65 dC) ripeterà ancora gli artisti sono «dispensatori di lusso». Il poeta latino cristiano Prudenzio (348 dc-413 dc) nella sua Contra Symmacum , trattando di dibattuta questione riguardante l’altare della Vittoria, arrivò a dire che tre erano i mali di Roma: il paganesimo, la letteratura e le arti figurative.

La fine di un’era e l’inizio di una nuova arte

Tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, il cristianesimo ha sostituito i culti pagani e l’impero stesso è ormai cristianizzato.

Sono, pertanto, gli esponenti della nuova fede, portatrice anche di una cultura originale, che accolgono un rapporto più intimo e spirituale dell’arte, un segno e una manifestazione raccolta dall’eredità dell’impero morente.

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