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Puzzle van gogh

La vita di Van Gogh

Vincent van Gogh nacque a Groot Zundert in Olanda il 30 marzo 1853 da una modesta famiglia nella quale il padre era un rigido pastore protestante. I suoi studi furono molto incostanti e, prima del 1880, tentò senza successo di diventare anche lui un predicatore.

Nel 1876 si licenziò da una casa d’arte francese presso cui lavorava e nel 1878, da predicatore, condivise la vita misera dei minatori del Borinage, una regione mineraria del Belgio meridionale. Allontanato dai superiori per troppo zelo (viveva troppo da povero fra i poveri, suscitando sospetti e contrasti), nel 1880 si recò a Bruxelles.
Qui studiò per un po’ anatomia e seguì saltuariamente corsi di disegno prospettico.

L’inizio alla pittura

A L’Aia, invece, prese lezioni di pittura. Nel 1883 fu nel Brabante, dove dipinse la dura vita dei contadini. Raggiunto il fratello Theo a Parigi nel marzo 1886, studiò nell’atelier di Fernand Cormon dove conobbe Henri de Toulouse-Lautrec, uno dei pochi artisti contemporanei che lo capirono profondamente, quindi entrò in contatto anche con Monet,
Degas, Renoir, Seurat e con altri Impressionisti e Divisionisti.

Nel 1887, invece, iniziò l’amicizia con Gauguin, conclusasi tragicamente nel dicembre 1888, dopo appena due mesi di coabitazione ad Arles, dove Van Gogh, mal sopportando gli stress della metropoli, era andato ad abitare nella celebre “casa gialla”. Nella cittadina meridionale, sognando una comunità di artisti, Vincent aveva invitato l’amico parigino.

Le differenti opinioni artistiche dei due uomini, però, erano oggetto di continue liti che culminarono in un gesto autopunitivo di Van Gogh che si tagliò parte di un orecchio.

Dall’inizio del 1889 Vincent fu più volte ricoverato in ospedale per quelli che allora erano considerati accessi di follia e nel maggio di quell’anno volle egli stesso farsi internare in una clinica per alienati mentali presso Saint-Rémy de Provence.

La sofferenza nell’arte

La consapevolezza di essere incompreso, l’ansia di capire se stesso e di trovare i modi attraverso cui esprimere la propria interiorità, la ricerca di un ben definito ruolo umano e professionale seguite dai numerosi insuccessi, dai rifiuti, dall’isolamento, lo fecero piombare dapprima in una profonda depressione.
In un secondo tempo, lo condussero a una forma di alienazione
mentale che gli procurava tremende crisi durante le quali perdeva ogni contatto con la realtà e che, ulteriormente aggravatasi, lo portò al suicidio in un giorno di luglio del 1890.

Infatti il 27 luglio del 1890, senza che nessuno si fosse accorto del precipitare degli eventi, Vincent si suicidò sparandosi al cuore; morì due giorni dopo, fra le braccia disperate di Theo prontamente accorso da Parigi.

Vincent van Gogh

Se un quadro di contadini Sto arrivando! di pancetta, fumo, vapori…va bene, non è malsano

Theo e Vincent Van Gogh

Nel luglio 1880, per ringraziarlo del dono di venti franchi, Vincent van Gogh scriveva queste parole al fratello Theo, più giovane di lui di quattro anni:

Devo ora annoiarti con alcune cose astratte, però desidererei che tu le ascoltassi con pazienza. Un uccello chiuso in gabbia in primavera sa perfettamente che c’è qualcosa per cui egli è adatto, sa benissimo che c’è qualcosa da fare, ma che non può fare; che cosa è? Non se lo ricorda bene, ha delle idee vaghe e dice a se stesso: “Gli altri fanno il nido e i loro piccoli e allevano la covata” e batte la testa contro le sbarre della gabbia. E la gabbia rimane chiusa, e lui è pazzo di dolore. “Ecco un fannullone”, dice un altro uccello che passa di là, quello è come uno che vive di rendita”. Intanto il prigioniero continua a vivere e non muore, nulla traspare di quello che prova, sta bene e il raggio di sole riesce a rallegrarlo.
Ma arriva il tempo della migrazione. Accessi di malinconia, ma i ragazzi che lo curano nella sua gabbia si dicono che ha tutto ciò che può desiderare, ma lui sta a guardare fuori il cielo turgido, carico di tempesta, e sente in sé la rivolta
contro la propria fatalità. “Io sono in gabbia, sono in prigione, e non mi manca dunque niente, imbecilli? Ho tutto ciò che mi serve! Ah, di grazia, la libertà, essere un uccello come tutti gli altri!”

L’argomento della lettera riveste un’importanza particolare consentendoci di capire meglio la personalità di Vincent, un uomo solitario e istintivo, dai sentimenti forti e violenti e che, forse, solo il fratello Theo seppe sempre capire e amare di un amore dolce e incondizionato. Fu sempre Theo che, proprio a
e quell’affettuoso appoggio morale invano cercato negli amici e nelle varie donne alle quali Vincent fu legato, in rapporti sempre tormentati e di breve durata.

Anche nei momenti di calma, spesso solo apparente, Vincent continuava a rimuginare sulla sua condizione (alla quale si ribellava), ma nessuno poteva accorgersene, così come nessuno capiva la smania di libertà dell’uccellino in gabbia che appariva calmo e spesso cinguettante:

Ah, di grazia, la libertà, essere un uccello come gli altri!.

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