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La nascita delle “Belve” del colore
Il 18 ottobre 1905 aprì i battenti a Parigi la terza edizione del Salon d’Automne. Visitando l’ottava sala dell’esposizione il brillante giornalista Louis Vauxcelles, critico d’arte del quotidiano «Gil Blas», si trovò circondato da dipinti dai colori talmente violenti da fargli esclamare e scrivere sul resoconto dell’inaugurazione

«Donatello chez les fauves» (Donatello fra le belve).

Infatti totalmente classica gli pareva quella statua in mezzo a tanta aggressiva novità. Come altre volte era capitato (si ricordi l’analogo caso della prima mostra degli Impressionisti) il dispregiativo fauves, belve, venne accolto dagli stessi artisti che avevano esposto nell’ottava sala del Salon quale segno di riconoscimento, un termine che li raggruppava sotto un’unica bandiera: i Fauves, i maestri del colore.
“Les Fauves” del Colore
Il gruppo dei Fauves, pur non essendo sorto come movimento, né divenne mai tale, si riconosceva in alcune comuni convinzioni. Infatti per questi pittori nel dipinto bisognava essenzialmente dare spazio essenzialmente al colore. Inoltre non bisognava dipingere dipingere secondo l’impressione, ma in relazione al proprio sentire interiore si deve, cioè, esprimere se stessi e rappresentare le cose dopo averle fatte proprie.

La pittura, dando corpo alle sensazioni dell’artista di fronte all’oggetto da riprodurre, deve essere istintiva e immediata. Per questo motivo il colore va svincolato dalla realtà che rappresenta e l’artista non deve mai essere indirizzato verso la riproduzione realistica della natura.
A ben riflettere, allora, siamo in presenza della prima vera rottura con l’Impressionismo e della prima esperienza pittorica moderna che non tiene conto del rapporto di identità tra colore reale dell’oggetto e colore impiegato per la sua rappresentazione pittorica.
I grandi punti di riferimento e i veri presupposti della nuova formazione artistica erano Cézanne, Gauguin e Van Gogh.
Infatti il primo, Cézanne, contribuì alla smaterializzazione e ricomposizione delle forme, il secondo per il rapporto con i colori da usare puri, con violenza e il terzo il grande maestro olandese per la rappresentazione su tela del vissuto interiore ed emotivo dell’artista.
Matisse
Nato a Cateau-Cambrésis il 31 dicembre 1869, Matisse compì i suoi primi studi nella cittadina natale e, successivamente, a Parigi, dove seguì corsi di giurisprudenza. Nel 1889 una malattia lo colpì e fu costretto a rimanere a riposo per un lungo periodo.Tuttavia fu l’occasione che spinse Matisse a dipingere come passatempo.
Convintosi che la pittura fosse la sua vera vocazione, studiò tra i maggiori pittori simbolisti in una scuola privata.
Matisse trascorse diversi anni nel Sud della Francia e subì la tragedia delle due guerre mondiali. Nel 1944 dovette soffrire l’arresto della figlia primogenita, che militava nella Resistenza, e quello della moglie.
Tuttavia la vita di Matisse si svolse per tutto il suo corso nella serenità dell’ambiente familiare, in una casa dal gusto borghese e senza che l’artista desse mostra di condurre un’esistenza ribelle, spregiudicata o scandalosa che, invece, sembrava dover essere tipica di un innovatore rivoluzionario.
Henri Matisse morì a Cimiez, nei pressi di Nizza, l’amata località del soleggiato e caldo meridione francese, il 3 novembre 1954.Infine se dovessimo sintetizzare il percorso artistico del grande pittore, potremmo farlo impiegando le parole che egli stesso uso attorno al 1919:

«Come impressionista ho dipinto direttamente dalla natura, poi ho aspirato a una maggiore concentrazione e a un’espressività più intensa nelle linee e nei colori. Per raggiungere questo obiettivo ho dovuto sacrificare altri valori; la materia, la tridimensionalità, la ricchezza di dettagli. Ora voglio riconciliare questi valori… la gioa del dipingere».
La Danza
Fra le maggiori creazioni di questo periodo si pone La Danza, opera che ebbe una lunga gestazione e sul cui soggetto l’artista ritornò ancora, circa venticinque anni dopo, con un trittico dalle dimensioni imponenti.
Cinque fanciulle nude sone colte in una danza vertiginosa, mentre si tengono per mano muovendosi in circolo. Il ritmo convulso comporta che la danzante in primo piano, al centro, lasci la mano della compagna di sinistra e si lanci verso di lei per agguantarla e ricomporre così il cerchio.
Il dipinto, di notevole superficie, è risolto con l’uso di tre soli colori principali: il verde brillante per il prato, il blu per il cielo, il rosso per i corpi delle fanciulle.
La brillantezza delle tinte e la scelta del rosso, piuttosto che il rosa della prima versione, allontanano il soggetto dalla verità del colore naturale. La campitura piatta sottolinea l’aspetto decorativo dell’opera nella sua essenzialità di forme sciolte nel colore, per quanto permanga ancora una necessità volumetrica ben leggibile nei corpi modellati dalla linea scura che non è solo di contorno.

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