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La gioia di vivere di Renoir

Pierre-Auguste Renoir nasce a Limoges il 25 febbraio 1841.
Suo padre, un modesto sarto, si trasferisce a Parigi in cerca di fortuna quando il figlioletto ha appena tre anni. La situazione economica della famiglia non è florida e a poco più di tredici anni Auguste viene messo a fare l’apprendista presso la bottega di un decoratore di porcellane.

Dentro la bottega di ceramica si manifesta la sua precoce attitudine artistica e il padre, nella speranza di farne un artigiano di qualità, gli permette di frequentare anche dei corsi serali di disegno.
Nel 1862 entra alla Scuola di Belle Arti frequentando i corsi tenuti da Charles-Gabriel Gleyre’, un pittore presso il quale conobbe alcuni di quelli che sarebbero poi stati i suoi principali amici, primi fra tutti Bazille e Monet,
con cui avrebbe condiviso le interminabili discussioni al Café Guerbois e le prime, fondamentali esperienze di pittura en plein air.
Pur avendo partecipato a solo tre delle otto mostre del gruppo (compresa naturalmente la prima, presso lo studio di Nadar), Renoir è insieme a Monet – il rappresentante più spontaneo e convinto del movimento impressionista.

Per lui la pittura è gioia di vivere, capacità di stupirsi ogni giorno di fronte alle
piccole-grandi meraviglie del creato, voglia di farsi travolgere dalle emozioni e dai colori.

Se non mi divertisse, la prego di credere, che non dipingerei affatto

Proprio in questo gusto innato per l’arte e per la natura sta la straordinaria grandezza del Renoir impressionista, sempre fanciullescamente affascinato dalla luce e dai giochi di colore che essa sa creare.

Renoir e l’influenza italiana

Nel 1881 l’artista si reca in Italia, fino ad allora conosciuta soltanto attraverso gli artisti italiani del Louvre e le descrizioni entusiaste degli amici che l’avevano già visitata.

Viaggiando tra Palermo, Napoli, Roma e Venezia, Renoir rimane profondamente colpito dalla dolce violenza dei colori mediterranei, sempre saturi e squillanti. Relativamente alle esperienze artistiche lo entusiasma soprattutto lo straordinario ciclo degli affreschi vaticani di Raffaello, che giudica «colmo di sapere e di saggezza». Ed è proprio la riflessione sulla
«saggezza» pittorica di Raffaello che mette in crisi la sua visione
impressionista della realtà, nella quale tutto si limita all’apparenza e alla sensazione di un attimo.

Agli inizi del Novecento Renoir è ormai stimatissimo e affermato anche a livello europeo. Purtroppo iniziano a manifestarsi anche i primi sintomi di una malattia reumatica che, nel giro di pochi anni, lo porterà alla paralisi completa degli arti inferiori e alla semi-paralisi di quelli superiori.
Nonostante questo Renoir non rinuncia a viaggiare fra Cagnes, una cittadina della Costa Azzurra, Parigi e la campagna meridionale.
La sua produttività è frenetica infatti oltre che alla pittura si dedica anche alla scultura, guidando con una bacchetta un giovane allievo che gli presta le mani modellando la creta secondo le sue indicazioni.
Nel 1919 sente la fine avvicinarsi e se ne dispiace perché confessa che proprio allora,

a settantotto anni comincio a saper dipingere

La notte del 2 dicembre di quello stesso anno, dopo aver chiesto una matita per tracciare l’ultimo disegno, si assopisce e muore per arresto cardiaco.

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