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La vita di Degas

Edgar-Hilaire-Germain de Gas (detto Degas) nasce il 19 luglio 1834 da una ricca e nobile famiglia all’interno della quale trascorre una fanciullezza e una prima gioventù tranquille e agiate.

Il padre, un banchiere di origine napoletana, è uomo di raffinata cultura e sotto la sua guida il giovane Degas comincia a frequentare assai precocemente il Museo del Louvre, ove ammira soprattutto i grandi del Rinascimento italiano. La scelta di intraprendere la carriera artistica è dunque subito assecondata dal padre.

La prima formazione pittorica avviene in ambiente accademico e il suo principale punto di riferimento è rappresentato inizialmente da Ingres, del quale ammira in primo luogo la straordinaria purezza del disegno.
La Scuola di Belle Arti non fa comunque per lui e dopo appena sei mesi ne abbandona la frequenza e intraprende lunghi e regolari soggiorni in Italia
dal 1854-1859, visitandone a più riprese i musei e riempiendo di schizzi e notazioni i suoi taccuini.

Da queste premesse appare subito evidente come la personalità artistica di Degas sia articolata e complessa. Nonostante l’impegno impressionista, ad esempio, egli rimase sempre un convinto sostenitore del disegno e della pittura in atelier.

Secondo l’artista, infatti, anche l’impressione di un istante è così complessa e ricca di significati che l’immediatezza della pittura en plein air non può che coglierla in modo riduttivo e superficiale.

Va molto bene copiare quel che si vede, ma è assai preferibile disegnare quello che non si vede più, se non nella memoria; è una trasformazione in cui l’immaginazione collabora con la memoria, e così non si riproduce se non quello che vi ha colpiti, cioè l’essenziale.

Degas e gli Impressionisti

Nel 1861 l’artista conosce Manet, al quale lo legherà per il resto della vita una profonda pur se contrastata amicizia. Con Manet egli divide la passione per le stampe giapponesi, delle quali diventa in breve uno dei massimi collezionisti parigini, e grazie a lui viene anche introdotto nel gruppo del Café Guerbois.

Alla metà degli anni Sessanta la sua pittura, pur rimanendo sempre fedele agli ideali del disegno e del lavoro in atelier, si caratterizza sempre più in senso realistico. Ciò non significa rappresentare le cose e i personaggi così come appaiono, ma piuttosto come li conosciamo per averli visti tante volte e in diversi contesti, al fine di «stregare la realtà», come era solito ripetere, «nella consapevolezza che l’artista può riuscire a dare il senso del vero solo agendo in modo del tutto innaturale».

Pertanto la natura di Degas non è mai quella immediatamente derivante dalla sensazione visiva, come in Monet, ma il frutto complesso di studi, riflessioni e accomodamenti successivi.

Il decennio tra il 1880 e il 1893, al contrario, segna il periodo di massima notorietà dell’artista. Infatti pur avendo partecipato a ben sette delle otto mostre impressioniste e continuando a esserne uno dei più attivi organizzatori, persiste nel definirsi «realista» piuttosto che «impressionista».

Gli ultimi anni della vita di Degas sono tristissimi. Ormai quasi cieco, viene anche sfrattato dal suo atelier-museo e solo grazie all’interessamento di qualche amico può trovare un nuovo alloggio.

A chi osa chiedergli cosa faccia risponde acido:

La pittura non mi interessa più

Muore in solitudine il 27 settembre 1917 e al suo modesto funerale partecipano appena trenta persone. Dei vecchi amici di un tempo c’è solo Monet, malfermo e quasi cieco a sua volta.

A questo punto la grande stagione dell’Impressionismo può considerarsi definitivamente conclusa.

La rinascita del disegno Degas

L’attività di Degas disegnatore è proficua e vastissima. In aperta controtendenza con l’impostazione impressionista, infatti, egli dedica tempo e passione soprattutto ai disegni e agli schizzi preparatori.

Ad esempio, di Nudo di donna seduta di fronte, nel quale la presenza della
quadrettatura ci fa subito pensare allo studio per un dipinto. La giovane modella è seduta con la gamba destra ripiegata a terra e la sinistra raccolta verticalmente. In tal modo il ginocchio di venta l’appoggio per il braccio sinistro che regge una testa dal volto intento e pensoso.

La mano destra poggiata a terra e il braccio conseguentemente teso verso il basso, infine, generano il rialzamento della spalla e un lieve insaccamento del busto, due elementi che rimandano senz’altro all’osservazione dal vero.

La precisione e la sicurezza del segno, così come la morbidezza sfumata del chiaroscuro rendono il bozzetto un’opera già perfettamente autonoma e conclusa, libera dalle convenzione accademiche (la posa non è certamente classica), ma nel con tempo anche estranea a qualsiasi  compiacimento erotico.

L’Assenzio di Degas

Edgar Degas è un pittore che non ama i paesaggi ne, di conseguenza, la loro rappresentazione. Le sue ambientazioni, al contrario, fanno sempre riferimento ai caratteristici interni parigini.

Un esempio emblematico è L’Assenzio, forse il più celebre dei dipinti di Degas.
L’opera, realizzata tra il 1875 e il 1876, è ambientata all’interno del Café Nouvelle-Athènes di Place Pigalle che era uno dei luoghi di ritrovo prediletti dagli Impressionisti.
La composizione (ma in questo caso sarebbe più corretto chiamarla inquadratura, stante l’analogia con una ripresa fotografica) è volutamente squilibrata verso destra, quasi a dare il senso di una visione improvvisa e casuale.

I due personaggi (in realtà la modella professionista Ellen Andrée e l’amico pittore e intellettuale Marcellin Desboutin) recitano il ruolo di due poveracci: una prostituta di periferia, agghindata in modo pateticamente vistoso e un clochard (il tipico barbone parigino) dall’aria burbera e trasandata.

Dinanzi alla donna, sul piano di marmo del tavolino, vi è il bicchiere verdastro dell’assenzio che dà il titolo al dipinto. Davanti al barbone sta invece un calice di vino. Entrambi i personaggi hanno lo sguardo perso nel vuoto, come se stessero seguendo il filo invisibile dei loro pensieri. Pur essendo seduti accanto sono fra loro lontanissimi, quasi a simboleggiare quanto la solitudine  possa renderci estranei e incapaci di comunicare.

L’atmosfera del locale è pesante come lo stato d’animo dei due avventori, imprigionati in uno spazio squallido e angusto di cui l’artista ci offre una descrizione impietosamente realistica.
L’ambiente dei caffè parigini, del resto, esercita un grande fascino su tutti gli Impressionisti. Anche Manet si cimenta più volte con il tema e con La prugna , una tela del 1878, sembra indirettamente rispondere all’Assenzio di Degas.

Quattro ballerine in Blu

Quattro ballerine in blu, noto anche come Quattro ballerine dietro le quinte, del 1898, è uno degli innumerevoli pastelli che Degas realizza nell’ultima parte della sua carriera, quando la pittura sembra non interessarlo più.

La loro logica è la stessa secondo la quale Monet produceva le sue diverse repliche della Cattedrale di Rouen. I soggetti più ricorrenti si ispirano all’intimità delle ballerine e, più in generale, a scene di toilette femminile. Ogni pastello, in tal modo, costituisce un fotogramma dell’ideale film della vita, similitudine tutt’altro che avventata in quanto proprio in quegli anni Muybridge stava facendo le prime esperienze di fotografie in sequenza.

Degas stesso scatta, soprattutto tra il 1895 e il 1899, numerose fotografie di ballerine che, in seguito, utilizzerà proprio per ricavarne disegni e pastelli.

Il taglio prospettico della scena è estremamente anticonvenzionale, in quanto il punto di vista è molto alto, come se l’artista fosse affacciato da un palco. Abituato l’occhio alla scena, però, ci accorgiamo di essere davanti a un capolavoro di grazia e di equilibrio. I profili dolci ma sicuri, condotti senza pentimenti, delle giovani danzatrici, infatti, sono composti lungo le due diagonali geometriche del foglio, con un rigore tutt’altro che casuale, ulteriormente marcato dagli azzurri accesi dei costumi di scena.

La plasticità dei corpi femminili, poi, è resa mediante un sapiente incrocio di tratteggi, la cui sovrapposizione suggerisce con grande realismo il senso del volume. Di un volume nuovo e vivo, che ci fa presupporre l’illusione del movimento. Baudelaire scrisse di lui:

Amava il corpo umano come un’armonia materiale, come una bella architettura con in più il movimento

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