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Puzzle Kopf – Mirò

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La vita di Mirò

«Quando dipingo, accarezzo quello che faccio»

Mirò–costellazione Amorosa

Mirò–costellazione Amorosa

Joan Miró nasce a Barcellona il 20 aprile 1893. Dopo aver seguito gli studi per diventare contabile, frequenta l’Accademia di Belle Arti della città natale e dal 1912 al 1915, segue corsi alla scuola d’arte di Galí.

Miró si reca per la prima volta a Parigi meta agognata da ogni artista, in quei primi anni del nuovo secolo, dopo la fine della Prima guerra mondiale, nel marzo 1920.

Dal 1921 comincia a trascorrere gli inverni a Parigi e le estati a Montroig in Spagna. Nel 1924 conosce André Breton e i poeti Aragon ed Eluard e aderisce al Surrealismo. Nel 1932 si stabilisce a Barcellona dove resta fino al 1936 quando, allo scoppiare della guerra civile parte per Parigi.
Durante i primi mesi della Seconda guerra mondiale riesce a trovare una ragione di vita solo nella realizzazione di una serie di ventitré dipinti detta delle Costellazioni. Disse a riguardo:

Ero molto pessimista. Non avevo più speranze. Con l’invasione nazista in Francia e la vittoria dei franchisti avevo la certezza che non mi avrebbero più lasciato dipingere, che avrei potuto solo andare in spiaggia a disegnace nella sabbia o tracciare figure con il fumo della sigaretta.

Famosissimo, muore il 25 dicembre 1983 all’età di novant’anni a Palma de Mallorca.

L’arte di Mirò

Mirò La Fattoria

Mirò La Fattoria

I primi influssi che Miró subi furono quelli divisionisti. In seguito fu variamente affascinato dai Fauves, dal Cubismo e dall’Espressionismo.
Nel 1917 scriveva:

«Per me l’arte dell’avvenire, dopo il grandioso movimento impressionista francese e i liberatori movimenti postimpressionisti, cubismo, futurismo, fauvisme, tendono tutti a emancipare l’emozione dell’artista e a donarle un’assoluta libertà».

Tuttavia già nel 1918 Joan Miró aveva trovato una sua strada che era la negazione dell’Impressionismo e un avvicinamento al classicismo.
Il particolare «classicismo» di Miró consiste nel prendere la realtà come modello e nel porre attenzione al dettaglio con pignoleria (l’esatto opposto di quanto aveva predicato l’Impressionismo).

Ne “la fattoria” di Mirò, eseguito nel  1919, dalla chiesa al paese , nulla è lasciato al caso.
Dalla scelta della posizione per la veduta, alla geometria dei campi che circondano la cittadina catalana, tanto amata dal pittore, e che conferiscono ordine al dipinto. I solari e caldi colori mediterranei definiscono i volumi delle case. Finestre aperte o chiuse, balconcini, terrazze, arcate, comignoli e perfino le pietre sono raffigurati con rainuzia leggera.
Il colore dei campi, dal rosa al giallo, al verde, mi incontrano nella tela. Alberi dalle fogge più varie formano una corban tra la cittadina e la campagna lavorata che la circonda.

Il surrealismo

Mirò Surrealismo

«L’ ho dipinto nello studio di Rue Blomet. I miei amici d’allora erano i surrealisti. Ho cercato di plasmarvi le allucinazioni provocate dalla fame che soffrivo. Non dipingevo ciò che vedevo nei sogni, come sostenevano in quell’epoca Breton e i suoi, ma era la fame che mi provocava una specie di trance simile a quella che sperimentano gli orientali.

Così nel 1978 Joan Miró ricordava lo stato mentale, in cui versava quando nel 1924-1925 dipingeva “Il carnevale di Arlecchino”, opera contemporanea alla pubblicazione del primo manifesto surrealista di André Breton.
La realtà, non più presa a modello, diviene, al contrario, il punto di partenza che la libertà inventiva trasforma in un qualcosa di diverso, in un sistema di segni. Resta, comunque, riconoscibile il suo marchio, ma è l’immaginario che prende il sopravvento, pur ordinato entro una rete geometrica.
In apertura abbiamo riportato i ricordi di Miró relativi proprio alla genesi creativa di questo dipinto surrealista.

L’assassinio della pittura di Mirò

Nel 1929 l’arte di Joan Miró subisce una svolta. Infatti l’artista è preso dal «rifiuto di fare cose “belle”»:

«negai le mie doti e mi rivoltai contro la facilità che incontravo, rifiutando il “miracolo” per indicare che disprezzavo il successo».

E il momento dell’«assassinio della pittura», secondo un’espressione coniata da altri, ma che Mirò fa propria.
L’artista, allora, si dedica a ciò che egli stesso chiama «anti-dipinto», una forma di collage che fa uso di materiali inconsueti e, spesso, sgradevoli all’olfatto e al tatto. Ad esempio carta bitumata e carta vetrata.
Il desiderio di Miro era di annullare il piacere del colore per indagare negli anfratti più reconditi delle possibilità espressive, prima di sentirsi nuovamente pronto per la pittura.

 Il ritorno al colore di Mirò

Colore Mirò

Il ritorno al colore, agli inizi del 1930, denuncia ancora, nelle linee volutamente maldestre, nelle chiazze colorate tracciate rapidamente o secondo un movimento rotatorio del pennello, nei segni che sembrano gralli, il ricordo del suo annullamento.

L’automatismo diventa, alline, processo liberatorio. L’automatismo pittorico e cercato da Miró anche attraverso il passaggio dal collage a un dipinto. In tal modo si produce la trasformazione di una forma nota (quella del collage realizzato, ad esempio, con ritagli di figure rappresentanti oggetti reali) in una forma sconosciuta.

«Terminati i collages, li ho utilizzati come punto di partenza per quadri. Non copiavo i collages. Lasciavo solo che mi suggerissero delle forme».

Pittura è un’opera realizzata in base a tale modo di operare, una delle diciotto della serie conclusa nel 1933.
In questo dipinto gli stimoli del collage, una testa di cavallino, un volante e una parte del motore di un’automobile, dei regoli, il numero, un vaso di fiori sono stati tradotti in forme stondate di più colori piatti, chiazze cigliate o linee chiuse fluttuanti su un fondo precedentemente preparato sulle tonalità del rosso e del verde.
Tra l’astrattismo e il surrealismo Blu III, terzo di una serie di grande formato, è il massimo dell’essenzialità raggiunto da Miró negli anni Sessanta. Essenzialità di forme e di colore, la grande tela blu dà il senso del cielo infinito dove delle masse, una nera in basso, l’altra rossa circondata da un alone scuro in alto, si bilanciano. Il corpo rosso nel suo movimento bloccato (tutte le cose immobili secondo Miró producono un effetto di moto) trascina con sé un filamento che divide la tela in due parti di cui una vuota di forme, l’altra che accoglie la scura figura ovattata.

«Lo spettacolo del cielo mi sconvolge. Rimango sconvolto quando vedo, in un cielo immenso, un quarto di luna o il sole. Del resto, esistono nei miei quadri delle forme piccole in grandi spazi vuoti. Gli spazi vuoti, gli orizzonti vuoti, le pianure vuote, tutto ciò che è spoglio mi ha sempre fatto molta impressione».

Grazie ai nostri puzzle Mirò, come Kopf, puoi rivivere il il processo creativo del pittore spagnolo e scoprire la forza espressiva delle sue forme.

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