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Puzzle gauguin

La vita di Gauguin

La vita di Paul Gauguin fu un moto perpetuo tra l’Europa, il Sud America e l’Oceania.
Infatti nato a Parigi il 7 giugno 1848, l’anno dopo, alla morte del padre, era già in viaggio per il Peru dove trascorse la prima infanzia. Rientrato in Francia studio a Orléans e a Parigi. Nel 1865, a soli diciassette anni, inizio a viaggiare per mare (prima come marinaio su un mercantile, poi come militare di leva su un incrociatore) toccando i più importanti porti del mondo.

Nel 1871, dopo il congedo, si stabili nella città natale lavorando come agente di cambio. Nel 1873 sposo una danese e nel 1883 fu costretto ad abbandonare l’impiego a motivo della grave crisi economica attraversata dalla Francia. L’evento non fu poi così traumatico per Gauguin, che poté dedicarsi totalmente alla pittura, arte alla quale si era accostato agli inizi degli anni Settanta, mentre dal 1880 avrebbe partecipato a tutte le mostre degli Impressionisti.

I Viaggi di Gauguin, tra Caraibi e Polinesia

Desideroso di una vita semplice, primitiva, libera e senza condizionamenti, lontana dalla cultura soffocante, nel 1885 si trasferì in Bretagna a Pont-Aven e nel 1887 si imbarcò per Panama e per la Martinica (isola delle Antille, possedimento francese nell’arcipelago dei Caraibi).

Rientrò in patria nel 1888 e visse per un breve periodo ad Arles assieme a Vincent van Gogh, che sognava una comunità di artisti nel meridione francese.
Successivamente vendette tutti i suoi beni per trasferirsi a Tahiti (nella Polinèsia francese, nel mezzo dell’Oceano Pacifico) dove resistette solo due anni, dal 1891 al 1893. Fu di nuovo a Pont-Aven nel 1894 e, dopo aver messo assieme qualche migliaio di franchi, nel luglio 1895 partì per il suo ultimo definitivo viaggio per Tahiti e le Isole Marchesi (Polinèsia).
Qui, per essersi opposto alla politica razzista del governatore francese, fu
condannato al carcere, dove morì l’8 maggio 1903, disperato, solo, stanco e malato.

L’arte di Gauguin

Per Gauguin i primi approcci con la pittura furono impressionisti (era amico di Degas), ma già dal 1888 il suo modo di dipingere era completamente cambiato. I colori erano dati per ampie campiture piatte e, più che dei colori complementari, Gauguin faceva uso di quelli primari: rosso, giallo, blu.

Tra le forme artistiche alle quali il pittore fu sensibile è certamente da annoverare la pittura giapponese, allora di moda per le numerose stampe a colori che circolavano in Europa. Ne è un esempio L’onda, un dipinto del 1888 che risente delle creazioni del grande Utagawa Hiroshige.

Come nella stampa giapponese, l’incresparsi delle onde e i gorghi spiraliformi, veduti dall’alto secondo un ardito punto di vista, sono trattati al pari di giochi lineari.
Infatti, la bianca schiuma sfrangiata che lambisce gli scogli (la cui posizione pare geometricamente definita seguendo le diagonali della tela) è orlata da una sottile linea scura, mentre ampie curve disegnano i movimenti dell’acqua tra gli scogli e la battigia.
Tuttavia la spiaggia è rossa e l’acqua è gialla e verde: colori sicuramenti non naturali. È proprio questa visione anti-naturalistica una delle caratteristiche peculiari di Gauguin, che riproduce la realtà non come oggettivamente la vede ma come intimamente la sente.

La linea di Gauguin

Gauguin apprende il cloisonnisme, la tecnica consistente nel contornare con un marcato segno nero oggetti e personaggi dipinti e nel riempire lo spazio così definito con il colore, a similitudine del cloisonné impiegato nelle vetrate gotiche multicolori e nell’oreficeria medioevale, in particolare negli smalti.
La marcata linea di contorno assume dunque un forte valore espressivo, contribuendo a mettere in risalto ciò che viene dipinto e, anzi, è sostitutiva dei valori spaziali di cui le tele di Paul Gauguin sono quasi del tutto prive.

Infatti il colore uniforme, senza sfumature o variazioni di tono, rende piatto
il dipinto. Con Gauguin, quindi, si ha il recupero della bidimensionalità della pittura che, a questo punto, può anche fare a meno di ogni illusionismo prospettico, sia geometrico sia cromatico.

Il sintetismo del Cristo giallo

Il Cristo giallo del 1889 è una potente dimostrazione di queste idee. Il dipinto raffigura delle donne brètoni nei loro costumi tradizionali, inginocchiate ai piedi di uno dei tanti crocifissi lignei nei quali è facile imbattersi ancor oggi nelle chiese e nelle frazioni rurali della Bretagna.
Le colline sono gialle, gli alberi dalla chioma fiammeggiante di un rosso vivo (a suggerire il periodo autunnale) e il Cristo, contornato in nero e verde, è totalmente giallo.

L’uguale cromia di Cristo e delle colline sta a indicare l’intima essenza religiosa
dei Bretoni e l’uguale attaccamento delle donne in preghiera attorno al crocifisso al dio-uomo e alla propria terra.

In questo, come negli altri dipinti di Gauguin, non è ravvisabile solo il recupero della bidimensionalità, che si giova anche di una precisa struttura geometrica (il margine di destra del legno della croce coincide con la mezzeria della tela, mentre tutte le figure sono a sinistra, comprese tra l’asse e una diagonale), ma vi è anche resa evidente l’importanza rivestita dal colore, perché esso non corrisponde a quello oggettivo.

Assieme all’antinaturalismo e alla tecnica del cloisonnisme è ancora da sottolineare l’essenzialità del paesaggio e delle figure dai tratti appena abbozzati, figure semplificate, riassuntive, sintetiche.
Sintetismo è infatti il termine che lo stesso Gauguin affiancò a Impressionismo quando nel 1889, approfittando dell’Esposizione Universale, organizzò una mostra (che non ebbe successo) del «Gruppo impressionista e sintetista».

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